#artbonus e riproduzioni tra omertà e comodo

Il decreto noto come Artbonus al 31 maggio 2014

Il decreto noto come Artbonus al 31 maggio 2014 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e diventa efficace dal giorno successivo, ovvero il 1 giugno 2014. Non entro nel merito dell’intero decreto perché non ne ho le competenze, anche se alcuni interventi in ambito di ammordenamento delle strutture ricettive con incentivi per il servizio di wifi o prodotti digitali mi fanno piacere. Quello su cui voglio focalizzare l’analisi è l’art. 12 in particolare il comma 3.

Al fine di semplificare e razionalizzare le norme

Al fine di semplificare e razionalizzare le norme sarebbe lo scopo del comma, ma come ho già spiegato nell’analisi della bozza (che di fatto è rimasta pressoché identica) e come ha poi argomentato Stefano Costa, molto più competente di me, di fatto è una complicazione incredibile.

Questo è il testo:

Al fine di semplificare e razionalizzare le norme sulla riproduzione di beni culturali, al Codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modifiche:

a) al comma 3 dell’articolo 108 dopo la parola “pubblici” sono inserite le seguenti: “o privati” e dopo la parola “valorizzazione” sono inserite le seguenti: “, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto.”;

e qui c’è il primo problema, perché aldilà dei contratti di servizio dei vari social – che tutto sono tranne che delle opere di bene – e di Wikipedia stessa, emerge quanto dice perfettamente Costa, ovvero che

il vertice politico del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ritiene che lo studio, la ricerca, la libera manifestazione del pensiero, l’espressione creativa e (tremo al pensiero) la promozione della conoscenza del patrimonio culturale siano attività che devono essere primariamente svolte senza scopo di lucro. Ovviamente questo non esclude di esercitarle a scopo di lucro, ma solo con esplicita autorizzazione e, immaginiamo, pagamento

ma proseguiamo:

b) all’articolo 108, dopo il comma 3, è aggiunto il seguente:
“3-bis. Sono in ogni caso libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

quindi di fatto si salvano i giornali e le riviste perché di fatto sono soggette alla “manifestazione del pensiero”, oppure i blog personali e ogni altra pubblicazione che non riceve nessun compenso e non ospita alcun tipo di pubblicità?… E i Musei? Gli archivi, le biblioteche come faranno ad “eseguire i dovuti controlli”? ovvero:

  1. i guardasala dovranno controllare che nessuna connessione sia attiva nei vari smartphone?
  2. al momento dell’acquisto del biglietto dovremo dichiarare i nostri account social per agevolare i controlli affinché nessuna riproduzione sia condivisa?
  3. chi sarà responsabile del controllo delle violazioni? Essendoci l’obbligo dell’azione penale, se un Museo non denuncia una violazione sarà perseguito a sua volta per omissione di atti d’ufficio?
  4. i vari gestori degli account social degli stessi Musei, dello stesso Ministero saranno esentati dal divieto di condivisione o dovranno rimuovere tutte le foto, che comunque erano già una violazione?
  5. se usassi una riproduzione per uno studio e quello studio diventasse una pubblicazione, dovrei stralciare la foto e farne richiesta di copia all’ente (con il classico allungamento dei tempi e dei costi)?

ma poi si raggiunge l’apice con i due punti “esplicativi”:

1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi;
2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale.”.

e quindi chiunque farà foto ad alta definizione è pregato di controllare la densità di pixel restando in attesa di un regolamento attuativo che determini il livello di “bassa definizione” se è da considerarsi per la stampa o per la vista a video

Non mi soffermo su l’effetto “zappa sui piedi”

Non mi soffermo su l’effetto “zappa sui piedi” perché le strategie applicabili, proprio partendo dalla condivisione, le ho già spiegate in un articolo per la Open Knowledge (scusate l’autocitazione), ma se volete qualcosa ancora di più concreto è fondamentale il pezzo di Francesca De Chiara sui rischi proprio dell’uso “non commerciale” nelle condivisioni:

Questo ha conseguenze non volute e di vasta portata sulla disseminazione delle rispettive opere e talvolta contrasta anche interamente ciò che il licenziatario vuole ottenere scegliendo una licenza CC

e se volete approfondire è fondamentale l’opuscolo (in inglese, ma traducibile) segnato nell’articolo.

Eppure non è un problema di paura di condividere

Eppure non è un problema di paura di condividere, perché è una questione di potere e omertà. Questo lo si deduce dallo stato in cui versa la ricerca in Italia e in particolare dallo stato della ricerca nell’arte in Italia dove i fondi sono pressoché nulli e le ricerche avvengono all’estero, ma con pochissimi viaggi in Italia, perché il reperimento dei dati e delle riproduzioni è molto difficile.

Lo si vede quindi, con l’apertura delle riproduzioni dei beni culturali che di fatto sono la base per ogni ricercatore d’arte. Senza un accesso aperto e diretto a riproduzioni d’archivio o fatte anche “artigianalmente”, ogni studioso è “costretto” a sottostare ai caporalati della filiera di accesso ai dati – dal commesso della biblioteca al direttore dell’archivio passando per il cattedratico – e quindi raramente potrà produrre lavori che smentiscono o rivedono quanto prodotto dai pochi privilegiati che hanno accesso alle informazioni.

Eppure c’è un silenzio assordante che a fronte dei piagnistei sui tagli alla cultura di fatto si configura come omertà. Perché, diciamocelo, se un professore perde l’esclusività delle migliaia di diapositive che conserva come può “indirizzare” gli articoli dei suoi studenti che poi firmerà lui… Se un direttore non può bloccare con la burocrazia l’accesso a determinati fondi sui quali sta ricercando un suo amico… Se una Soprintendenza non limita l’accesso a determinate schede, come fanno a fare il loro compitino per qualche convegno… insomma come si regge questo sistema basato sul ricatto e sul silenzio?

Con questo non significa che tutto sia così

Con questo non significa che tutto sia così e non sono così qualunquista da gridare “tutti a casa”! Ma quello che mi colpisce sono ricercatori che accettano 60€ per compilare una scheda di catalogo di un’opera in mostra che poi – il catalogo – verrà venduto alla modica cifra di 30€ (se si è fortunati). Come possono accettare gli studenti la raccomandazione di non divulgare troppo i loro studi (altrimenti ti rubano le idee) per poi vederseli pubblicati e firmati dai loro relatori? Come possono studiosi di altri Enti, tipo CNR, pagare i canoni di riproduzione ai loro “colleghi” delle Soprintendenze? Come potete accettare ancora questo quando sapete già che non ci sono più fondi e nemmeno ve ne daranno?

Perché se è il rigore scientifico che si deve perseguire

Perché se è il rigore scientifico che si deve perseguire si disprezza tanto Wikipedia quando poi diventa la maggiore fonte di informazione secondaria. Come posso ritenere scientifici degli atti di convegno che vengono pubblicati dopo due anni dal convegno stesso? La limitazione allo scopo di lucro sembra quasi – e ribadisco “sembra” perché è solo una sensazione – che si preferisca cancellare un’infrastruttura di condivisione come Wikipedia piuttosto di confrontarsi e di usarla come vettore di contrasto a informazioni devianti o prive di fondamento. “Tutti possono modificare” è il mantra con cui si sconfessa Wikipedia e ogni pubblicazione che non ha passato il vaglio di una peer review, ma che valore scientifico hanno degli atti “vecchi” di due anni? Che valore hanno studi che sono soggetti al pagamento di canoni di riproduzione o che usano foto di bassa qualità dopo aver passato degli iter burocratici estenuanti?

La lotta alla libera riproduzione come lotta alla libera ricerca

La lotta alla libera riproduzione come lotta alla libera ricerca, potrebbe essere questa la sintesi, in cui chi gestisce l’accesso di fatto parla di promozione; e la promozione deve esclusivamente valorizzare il recinto perché non sono i contenuti l’oggetto del contendere ma i ruoli e i poteri di monopolio. Sono perfettamente consapevole della gravità di quanto scrivo e spero di essere smentito dai fatti, ma fin quando vedrò un monopolio nei dati culturali non mi riterrò smentito… anzi! dimostrerete che ho ragione.

 

immagine: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Laughing_Fool.jpg?uselang=it

 

 

 

 

 

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  1. […] in Senato, con relativa conversione in legge, del decreto Artbouns. Ho già scritto, descritto, perorato, emendato su quel testo esclusivamente sul tema a me caro ovvero il riuso delle […]

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